Allarme Fadoi: Anziani restano troppo in ospedale per assenza di cure alternative

Rilanciamo l’allarme, pubblicato su diversi canali di informzione (tra tutti ilSole24Ore), che arriva da FADOI, la società scientifica di medicina interna. L’indagine, condotta su 98 strutture ospedaliere sparse lungo tutta Italia da Fadoi, svela come vengono scaricate sulla sanità le carenze del sistema di assistenza.

dott. Sebastiano Capurso – Presidente ANASTE

Sebastiano Capurso, presidente ANASTE: «Anche FADOI società scientifica di medicina interna, concorda sulle tesi da noi sostenute da tempo e come primo elemento sottolinea la necessità di apportare sostanziali modifiche al modello dell’assistenza territoriale individuato dal DM77, andando a rafforzare il sistema delle RSA come strumento per facilitare le dimissioni degli anziani dai reparti ospedalieri».

«Un secondo aspetto» commenta il dott. Capurso «riguarda le forti perplessità, da sempre manifestate anche da ANASTE sulla effettiva utilità di creare nuove sovrastrutture organizzative, come ad esempio le centrati operative territoriali e gli ospedali di comunità, in assenza di una corretta pianificazione delle funzioni e della disponibilità da adibire ai servizi».

«Nella sostanza una riforma che, anche per i dirigenti internisti ospedalieri, rischia di portare più danni che benefici».

Estratto Da Adnkronos Salute:

OGNI ANNO 2 MLN RICOVERI IMPROPRI PER DIFFICOLTÀ A DIMETTERE ANZIANI SOLI

Ogni anno in Italia si registrano oltre 2 milioni di giornate di degenza improprie per la difficoltà a dimettere dagli ospedali gli anziani soli. È il peso che ricade indebitamente sulla sanità pubblica a causa delle carenze del sistema di assistenza sociale, ma anche dei servizi territoriali sanitari poco attrezzati alla presa in carico di questi pazienti. E’ quanto emerge da un’indagine condotta dalla Federazione dei medici internisti ospedalieri (Fadoi) in 98 strutture in tutta Italia.

I nostri ospedali sono così pieni che nei Pronto soccorso rimangono anche per giorni i pazienti in lettiga che non trovano posto in reparto. Perché letti e personale sono stati via via tagliati negli anni, riferisce Fadoi. Ma anche per via del fatto che la metà dei ricoveri riguarda pazienti over 70 e in oltre il 50% dei casi restano in reparto circa una settimana in più del necessario, visto che non hanno un familiare che possa assisterli e che nemmeno possiedono una pensione così ricca da potersi pagare i circa 2mila euro di retta mensile per una Rsa. Per non parlare del fatto che nella gran parte dei casi mancano strutture sanitarie intermedie nel territorio, e che in un caso su quattro si ha difficoltà ad attivare l’Adi, l’assistenza domiciliare integrata.

Considerando che i ricoveri nei reparti di medicina interna sono circa un milione l’anno e che almeno la metà di questi sono di over 70, e tenendo poi conto che ben più del 50% di questi prolunga mediamente di una settimana il ricovero oltre le necessità sanitarie – calcola l’indagine – in tutto sarebbero 2,1 milioni le giornate di degenza in eccesso. Un numero che influisce non poco sull’intasamento degli ospedali e che considerando il costo medio di una giornata di degenza, pari a 712 euro secondo i dati Ocse, fanno in totale 1 miliardo e mezzo l’anno di spesa che si sarebbe potuto investire in vera assistenza sanitaria.

Quanto all’età dei ricoverati, nei reparti di Medicina interna – ma il discorso non cambia molto anche negli altri – gli over 70 sono oltre la metà nell’87,8% delle strutture. Molti anche gli ultra80enni, che sono oltre la metà nel 17,3% delle strutture, tra il 40 e il 50% nel 20,4% dei casi, tra il 30 e 40% nel 24,5% dei reparti. Non si pensi però alle medicine interne come a dei parcheggi per anziani soli, sottolinea Fadoi. Quelli che vengono ricoverati sono infatti pazienti complessi, che nell’80,6% dei casi richiedono comunque oltre 7 giorni di degenza per essere adeguatamente trattati, tanto da necessitare di un’alta intensità di cura nel 28,6% dei casi, media per il 69,4%. Numeri che dovrebbero far riflettere circa la classificazione delle medicine interne come reparti a bassa intensità di cura. Il problema è -osservano gli internisti – che quando lo stesso medico dà disposizione affinché il paziente venga dimesso, quella data non corrisponde mai a quella effettiva delle dimissioni, che si protraggono per oltre una settimana nel 26,5% dei casi, da 5 a 7 giorni nel 39,8% dei pazienti, mentre un altro 28,6% sosta dai 2 ai 4 giorni più del dovuto. Per quale motivo lo mostra la stessa survey lanciata da Fadoi.

Il 75,5% dei pazienti anziani resta impropriamente in ospedale perché non ha nessun familiare o badante in grado di assisterli in casa, mentre per il 49% non c’è possibilità di entrare in una Rsa. Il 64,3% protrae il ricovero oltre il necessario perché non ci sono strutture sanitarie intermedie nel territorio mentre il 22,4% ha difficoltà ad attivare l’Adi. Una volta dimessi il 24,5% dei pazienti ultra70enni va direttamente a casa, il 41,8% avendo però almeno attivato l’assistenza domiciliare. Il 15,3% finisce in una Rsa, il 18,4% in una struttura intermedia.

«Ciò che rileva l’indagine è quanto purtroppo tocchiamo con mano quotidianamente, ossia la necessità di farsi carico di problematiche sociali che finiscono per pesare indebitamente sugli ospedali e sui reparti di medicina interna in particolare”, commenta Francesco Dentali, che dal primo gennaio è il nuovo presidente Fadoi. “E’ un quadro che dovrebbe far riflettere sul nostro sistema di assistenza sociale, che secondo l’Osservatorio del Cnel per i servizi impiega appena lo 0,42% del Pil, mentre in base ai dati Inps oltre 25 miliardi vengono erogati sotto forma di assegni, come quelli di accompagnamento o di invalidità. Questo senza considerare i 3,4 miliardi erogati direttamente dai Comuni».

«Un sistema inverso a quello adottato da molti Paesi, soprattutto del Nord Europa, dove l’ottimizzazione delle risorse disponibili passa per un maggiore investimento nei servizi di assistenza alla persona. Fermo restando – conclude Dentali – che c’è anche un evidente carenza di servizi sanitari intermedi territoriali, perché parliamo pur sempre di pazienti che al momento del ricovero nei nostri reparti necessitano di una media o alta intensità di cura». A questo proposito – sottolinea la Fadoi – dovrebbe intervenire il nuovo Dm 77 sulla riforma delle cure primarie, che queste strutture intermedie le individua negli ospedali di comunità, luoghi dove dovrebbero essere assistiti quei pazienti che non necessitano più del ricovero ordinario ma che nemmeno possono essere assistiti in casa.

Per il presidente uscente di Fadoi, Dario Manfellotto, «le `ricette´ come le Case della Comunità e gli ospedali di Comunità sono vecchie, modelli che abbiamo già definito e sperimentato ma che spesso non funzionano e lo abbiamo visto per esempio col Covid. Erano presenti da anni anche in alcuni piani sanitari regionali, come quello del Lazio ad esempio. E non mi sembra che lì dove erano presenti vi sia stata una maggiore capacità di fronteggiare per esempio la pandemia. Rafforzare il territorio non vuol dire disseminare l’Italia di altre strutture burocratiche – sostiene – come le oltre 600 centrali operative territoriali, previste all’interno degli attuali distretti».

«Si deve soprattutto mirare – indica Manfellotto – a mettere insieme le forze già in campo, che sono molte ma senza una regia. È necessario avere percorsi di assistenza chiari e semplificati, evitando di creare ulteriori percorsi a ostacoli per cittadini e operatori sanitari, proprio in quel territorio che dovrebbe agevolare le cure. E poi come al solito – aggiunge – si scommette su appropriatezza, riduzione ricoveri e meno accessi al Pronto soccorso. Ma è un film già visto…. …..La regia non la può fare il burocrate della Centrale operativa territoriale ma una équipe di medici e operatori competenti. E poi un ospedale di Comunità a quasi totale gestione infermieristica non può funzionare. In questo Recovery tra l’altro vi è una riduzione del numero dei medici e una ‘diminutio’ del ruolo del medico: questo non può essere il futuro della sanità», conclude.

https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=110258

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