
Nel corso dell’audizione presso il Ministero delle Politiche Sociali dedicata alla definizione delle linee guida sul cohousing, Sebastiano Capurso, Presidente di ANASTE (Associazione Nazionale Strutture Territoriali e Assistenza), ha offerto una riflessione critica ma costruttiva sulle sfide del sistema Italiano della Long Term Care, richiamando l’attenzione sulla necessità di distinguere con chiarezza i diversi modelli assistenziali e e denunciando il vero nodo del sistema: la carenza di 200.000 posti nelle RSA, non la scelta ideologica tra strutture diverse.
I dati epidemiologici: 4.000.000 di anziani non autosufficienti, quali risposte?
Capurso ha aperto il suo intervento con un dato che traccia la linea d’ombra della politica italiana sugli anziani: in Italia sono oltre 4.000.000 gli anziani non autosufficienti con gravi limitazioni funzionali secondol’Istat. Una quota veramente minima (circa 300.000) di questa popolazione si trova attualmente nelle RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali).

Questo dato non è una semplice statistica. È il fondamento di una argomentazione cruciale: non si può affrontare la questione dellaLong Term Carein Italia parlando astrattamente di “strutture residenziali”. Ogni modello assistenziale — RSA, cohousing, assistenza domiciliare — serve una popolazione con esigenze cliniche e assistenziali diverse, e la confusione tra questi modelli genera politiche pubbliche inefficaci.
Tre modelli, tre utenti, tre complessità: la lezione della clinica
Una delle affermazioni più nette di Capurso riguarda la confusione progettuale intorno al cohousing.
“Il cohousing non è fatto per gli anziani non autosufficienti con limitazioni funzionali gravi. Per struttura organizzativa, tecniche assistenziali e filosofia ispiratrice, il cohousing non è in grado di garantire l’assistenza ad una tipologia di utenti con bassi livelli di capacità funzionale ed alta dipendenza”.
Sebastiano Capurso
Questo non è purismo teorico, ma clinica. La complessità clinica e la complessità assistenziale devono guidare la scelta del setting, non una preferenza ideologica verso modelli residenziali “alternativi”. Capurso ha però mantenuto una posizione equilibrata: non ha escluso il cohousing dalla gamma delle opzioni, ma ha affidato la valutazione all’equipe multidimensionale — medici,
geriatri, infermieri — perché siano loro a decidere se uno specifico anziano è idoneo a quel modello.

Il vero problema: 200.000 posti mancanti, non l’ideologia della struttura
Presidente Capurso ha spostato il fulcro del dibattito dal piano teorico a quello strutturale.“Quale risposta possiamo dare all’anziano con gravi limitazioni funzionali oggi, quando mancano 200.000 posti di RSA?”è la domanda retorica che sintetizza il problema. Creando un sistema parallelo a minor copertura mediante il cohousing, non vincolato da criteri di complessità clinica, si rischia di indirizzare gli anziani più fragili verso soluzioni assistenziali inadeguate esclusivamente per mancanza di altre opzioni, non certo per scelta clinica o di sicurezza.
Non è una questione di strutture “buone” e strutture “cattive”. È una questione di capienza del sistema e di appropriatezza clinica. Il nodo non è ideologico, è quantitativo e progettuale.
L’assistenza domiciliare: il mito dell’economia e dell’isolamento
Un altro elemento critico dell’intervento di Capurso riguarda il dibattito pubblico sull’assistenza domiciliare, spesso presentata come soluzione economica e di qualità della vita. Con 35 anni di esperienza come medico di assistenza domiciliare, Capurso ha fornito due correzioni radicali a questa narrazione.
Primo: l’isolamento. “Ho girato per decenni nelle case di anziani facendo medicina domiciliare. L’isolamento nell’assistenza domiciliare è molto maggiore rispetto a stare in una RSA o in un’altrastruttura residenziale”. Questa osservazione clinica contrasta direttamente con la retorica che presenta il domicilio come naturalmente preferibile perché “casalingo”. Ma un anziano in isolamento domiciliare, per quanto circondato dai suoi oggetti, non beneficia delle relazioni sociali e della continuità di cura che una struttura residenziale può garantire.

Secondo: il vantaggio economico è un’illusione. “Certo, se diamo 14 ore di assistenza domiciliare
all’anno il costo è minore. Ma il tipo di assistenza è assolutamente insufficiente e non risolve il nostro
problema”. Un’assistenza domiciliare sottodimensionata non è medicina né assistenza. È abbandono
pagato a prezzo ridotto.
Il benchmark giusto: non RSA vs domiciliare, ma ospedale vs territorio
Questo è il vero benchmark della policy pubblica sulla Long Term Care: prevenire i ricoveri ospedalieri. In questa prospettiva, una RSA ben finanziata, un cohousing appropriatamente selettivo e un’assistenza domiciliare adeguatamente dotata non sono alternative, ma strumenti complementari di un sistema che deve evitare l’ospedalizzazione.
Linee guida sì, ma il problema è più grande
In chiusura, Capurso ha evidenziato come il tema della Long Term Care richieda una riflessione più ampia rispetto alla sola definizione di linee guida operative: “Su alcuni aspetti continueremo a parlare di questi temi a prescindere dalle linee guida, perché sono temi più ampi rispetto a un discorso di linee guida”. Non è un rifiuto delle linee guida, ma un riconoscimento che la qualità della Long Term Care italiana dipende dalla capacità del sistema pubblico di investire adeguatamente in tutti e tre i modelli — non da scelte ideologiche tra modelli.

ANASTE ha consegnato al Ministero un messaggio complesso ma coerente: nessun modello assistenziale deve essere escluso per principio, ma ogni scelta deve essere fondata sulla valutazione clinica e sull’appropriatezza assistenziale. Tuttavia, riconosciamo che senza il finanziamento pubblico di 200.000 posti RSA mancanti, ogni discussione teorica sulla diversità dei modelli assistenziali rimane una conversazione su come distribuire l’insufficienza.

