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Quattro milioni di italiani aspettano risposte

LO SFONDO

In Italia ci sono 14 milioni di anziani. Di questi il 30%, pari a circa 4 milioni non è autosufficiente ed ha bisogno di cure, in relazione alla grave compromissione funzionale, e solo il 7,5 % dei non autosufficienti è ospite di strutture residenziali pubbliche e private, mentre il restante 92,5% è in famiglia, a carico dei care-givers. Il sistema sanitario-assistenziale italiano non è in grado di gestire il problema, numericamente enorme, estremamente complesso nelle sue articolazioni e sfaccettature. A chi spetta la gestione, che comprende insieme una componente sanitario riabilitativa e una componente socioassistenziale? Il sistema, pubblico e privato, annaspa in entrambi i casi. Sia a livello di impostazione generale, nazionale, sia sul territorio, da parte delle amministrazioni locali. Non c’è una mappa di questa realtà, una mappa degli individui, una mappa dei bisogni.   

NON C’È UN BUSINESS -PLAN

Quanto costa individuare la platea degli utenti sulla quale agire? Identificare uno per uno bisogno, emergenze, soluzioni? Una volta strutturata una mappa precisa incrociando i dati presi dai computer degli enti competenti, si dovrebbe costruire una rete in grado di gestire i problemi. Tutto questo costa, ma ha il suo ritorno. Creare mille professionalità, centinaia di migliaia di posti di lavoro mette in circolo denaro e alimenta consumi e sicurezza sociale. Quindi, risparmi. Gli anziani controllati, gestiti assistiti, costano meno alla fine in cure, medicine, ricoveri. Perché non provare a prendere in considerazione questo scenario? Il pianeta terza età comprende anche i familiari degli anziani, che di fronte alla parziale o nulla autonomia del parente devono farsi carico della gestione quotidiana del soggetto. La letteratura li definisce caregivers. Attribuendo mediamente a ciascuno anziano non autosufficiente il numero 2 familiari la platea dei cittadini compresi in questo specifico quadrante può essere indicata in 12 milioni di Cittadini che lavorano, producono consumano, votano. E che sopportano gli effetti collaterali e le limitazioni, sul piano della socialità e del lavoro, della contiguità con un soggetto anziano e non autosufficiente. Attorno agli anziani non autosufficienti e ai loro familiari si muovono e interagiscono diverse figure professionali e genericamente addette, riconducibili ad un termine onnicomprensivo: operatori. Si può considerare che attorno a questa realtà sociale e sanitaria ruotino oggi 2 milioni di operatori.  Considerando in questo numero medici, infermieri, assistenti, generici, badanti, addetti dell’indotto. Tutto personale occupato nella gestione (parziale, lo abbiamo detto in apertura) della popolazione anziana non autosufficiente.

IL PROBLEMA

In conclusione, stiamo parlando di un problema che riguarda 14 milioni di cittadini italiani, una cifra enorme, il 24% della popolazione, un italiano su 4. Si tratta in buona parte di cittadini adulti e responsabili, elettori, percettori di reddito, contribuenti. Di una parte viva e vitale della popolazione, che vivrebbe in modo più sereno e produttivo per la collettività se le cose, nel pianeta Terza Età, virassero in una dimensione diversa, se l’onere si trasformasse in una risorsa, in una occasione di sviluppo. Perché potenzialmente un sistema statale efficiente costituirebbe davvero una occasione di benessere e di sviluppo. Sviluppare servizi che coprissero e tutelassero questi cittadini fragili e il loro entourage familiare, si diceva, porterebbe alla creazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro, con lo sviluppo di nuove professionalità, innescando un meccanismo di crescita e benessere sociale; libererebbe le risorse caregivers, oggi appiattite nella gestione dell’emergenza familiare; porterebbe nel medio termine ad un risparmio per l’intero sistema sociosanitario e alla fine per lo Stato, che si troverebbe a dover farsi carico di una realtà profondamente diversa da quella attuale. La politica pensa di aver superato il problema con il varo di una super-riforma dell’assistenza a questa fetta di popolazione. Si può dimostrare facilmente, con una riflessione a parte, che si tratta di pura utopia, e che qualcosa cambierà in meglio questo varrà per le future generazioni e non per gli anziani non autosufficienti che oggi hanno bisogno di una copertura parziale o integrale. Torniamo sul nucleo centrale dell’analisi, quello dei cittadini anziani non autosufficienti e della loro situazione. Una fetta consistente di questa popolazione – quella non ospedalizzata o collocata in strutture pubbliche e private deputate, con livelli diversi di garanzie, assistenza, controllo – è gestita in maniera più o meno equilibrata, in ogni caso in modo disomogeneo, nell’ambito familiare. Con o senza il sostegno di un servizio di assistenza domiciliare offerto (non garantito) dai servizi sociosanitari pubblici. Un servizio che nella penisola esiste e funziona in modo diverso, con modalità che variano da contesto a contesto, e comunque mediamente approssimativo. L’Italia da questo punto di vista presenta una mappa a pelle di leopardo. C’è il servizio efficiente, quello mediocre, quello inesistente. Ciò significa in sostanza che un’altra percentuale di cittadini anziani non autosufficienti non può (non potrebbe) rimanere nella propria abitazione. Questi soggetti si trovano di fronte a poche opzioni, determinate e condizionate dalle disponibilità economiche e dalla realtà territoriale. L’ospedale con la storica “lungodegenza” non esiste più, il reparto di medicina generale è “a tempo”. Ci sono case di riposo, comunità alloggio, residenze protette riservate ad una utenza privilegiata; e ci sono le Rsa certificate, da bollino blu, super-controllate e super garantite. Sullo sfondo una platea di strutture poco affidabili, prive di garanzie, in molti casi prive di autorizzazioni. Mediamente quelle che finiscono nella cronaca nera dei giornali. Sul mercato della Terza Età insistono in molti, oggi ci sono grossi gruppi imprenditoriali italiani e stranieri, a contendersi i “clienti”, gli ospiti; ci sono diverse associazioni datoriali a livello nazionale che si pongono come interlocutori dello Stato, come rappresentanti di un settore produttivo. La più numerosa, l’Anaste, rappresenta oltre 350 strutture in tutta Italia.

LA POLITICA

Ora affrontiamo l’argomento sotto un altro aspetto. L’importanza di questo quadrante sociosanitario, pur costituito da numeri importanti, è sempre stata sottovalutata dalla politica. IL mondo della comunicazione nel suo complesso, si è sempre allineata a questa linea di sufficienza, di disattenzione. I media agiscono secondo gli input della cronaca (nera quando emergono abusi) politico-economico-sanitari- scientifico quando la Terza Età diventa oggetto di provvedimenti legislativi e di confronti tecnico-economici. Tutto questo fa sì che la realtà di questa fetta importante della popolazione italiana sia difficile da capire, da gestire, difficile da interpretare nei suoi bisogni essenziali. Un infinito, insopportabile, irrisolvibile stallo. Dopo anni discussioni accademiche, di polemiche politiche è stata varata recentemente con grande enfasi una mega-riforma del settore. Un provvedimento complesso, ampio, articolato. Sostanzialmente condiviso e condivisibile, pur nella genericità delle sue linee guida. Ma il documento – perché a conti fatti solo di questo si tratta, per ora – è stato “raccontato” ai media nel modo peggiore, con grande superficialità. Senza adeguate analisi, senza i necessari approfondimenti. Chi non è direttamente coinvolto a qualsiasi titolo può farsi la convinzione sbagliata che tutto vada a posto da sé, che l’emergenza sociale e sanitaria sia superata. Che si possa voltare pagina e pensare ad altro. I media non hanno colto limiti e contraddizioni del provvedimento, hanno archiviato in fretta gli interrogativi. Dibattiti, analisi, critiche vicini allo zero. Non hanno capito e nessuno ha chiesto loro di farlo del resto. Se qualcuno si dovesse chiedere che fine farà l’anziano non autosufficiente che oggi non ha la copertura di caregivers e il cappello della assistenza domiciliare, che non ha un posto in Rsa o in qualche struttura accreditata, non saprebbe che risposta darsi. Perché in realtà la cosiddetta svolta storica nell’assistenza sociosanitaria in questo quadrante, che dovrebbe – a regime – riempire la penisola di nuove strutture, che dovrebbe comunque garantire una assistenza – domiciliare o meno – a tutti, è una sorta di scatola vuota, una sequenza di desiderata, di impegni, di promesse spacciate all’opinione pubblica come realizzazioni concrete, immediatamente fruibili. Quello che non emerge con chiarezza è che si tratta di una riforma virtuale, sospesa. Mancano i decreti attuativi, senza i quali ogni passaggio, ogni punto nodale è accademia, manca la capacità di risposta e di assorbimento del territorio.  Mancano le risorse umane. Realisticamente tutto andrà a regime, politica permettendo, tra diversi anni. Brutalmente si può dire che difficilmente la generazione di mezzo potrà beneficiarne.

LA PROPOSTA

Gli italiani sono realisti, pragmatici, disincantati. Non possono aspettare che lo Stato trovi il tempo di risolvere i loro problemi. Che fine fa oggi l’anziano non autosufficiente con patologie progressive? Si arrangia con i servizi carenti, a singhiozzo delle Asl, sfrutta tutte le scorciatoie che il mercato, ufficiale e parallelo, può offrire. Che fare, come veicolare un contributo di chiarezza, come riportare il mondo politico con i piedi per terra, come spiegare correttamente all’opinione pubblica la realtà dei fatti? Il ruolo dei media è ancora una volta fondamentale. Ma bisogna rendere i media a loro volta informati, consapevoli, onestamente critici e non superficiali, capaci solo di scivolare rapidamente sulle vicende del quotidiano senza approfondire. Da qui la congruità di una proposta articolata di convegno/corso di formazione che colmi queste lacune.

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