RSA in Piemonte: tariffe bloccate, CCNL scaduti e 9.000 anziani in lista d’attesa 

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Da qualche mese a questa parte il dibattito politico sul tema della gestione delle RSA per anziani sta sempre di più prendendo campo: in ultimo, la vicenda affrontata in Consiglio Regionale del Piemonte, relativa al requisito di accreditamento, che imporrebbe un’esclusione per le aziende erogatrici che applicano ai loro lavoratori contratti collettivi nazionali di lavoro non rinnovati.

L’analisi del problema deve tenere conto della sua complessità, e non ridursi soltanto all’argomento dei CCNL non rinnovati da più anni: soltanto comprendendo la multifattorialità dell’argomento, si può arrivare ad una proposta risolutiva.

Il tema è stato ripreso il 2 giugno 2026 anche da Lo Spiffero, che nell’inchiesta“RSA, 9mila anziani in lista d’attesa. Piemonte maglia nera nell’assistenza”a firma di Stefano Rizzi ha documentato le stesse criticità, raccogliendo tra l’altro la posizione di Giancarlo Perla, presidente di AIOP Piemonte, che ha espresso con toni molto netti le perplessità del settore privato accreditato di fronte all’ordine del giorno approvato all’unanimità dal Consiglio Regionale — il quale impegna la Giunta a non rinnovare gli accreditamenti alle strutture che non adeguano gli stipendi del personale. Una misura che, secondo gli operatori, affronta solo la punta dell’iceberg senza intervenire sulle cause strutturali del problema. (Fonte: Lo Spiffero, 2 giugno 2026)

Tariffe RSA bloccate dal 2012: il gap con l’inflazione ISTAT

In primo luogo dobbiamo ricordarci che il sistema tariffario piemontese è praticamente bloccato dal 2012, ovvero gli importi delle rette giornaliere rimborsate dalla Regione Piemonte ai gestori accreditati non sono stati adeguati all’aumento del costo della vita, con la semplice applicazione annuale dell’indice ISTAT: dal 2012 ad oggi, l’incremento dell’indice ISTAT è stato del 22%, mentre le gli importi delle rette sono stati adeguati nella misura del 5%.

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9.000 anziani in lista d’attesa: il budget sanitario regionale non regge

In seconda istanza, non ci dobbiamo dimenticare che a fronte di un aumento esponenziale del numero di anziani non autosufficienti e malati cronici, il budget regionale messo a disposizione per il pagamento delle quote sanitarie, al netto dell’aumento inflattivo e dell’incremento del numero dei potenziali utenti, è drasticamente diminuito dal 2012 ad oggi: abbiamo una conferma di ciò dal numero di anziani che sono in lista di attesa per un posto letto convenzionato ASL (circa 9.000).

Inoltre, il recente rapporto del “Patto per la non autosufficienza” mette bene in evidenza le criticità del sistema piemontese, fra l’altro precedentemente menzionate dal famoso studio dell’Università Bocconi commissionato dalla Regione Piemonte per l’elaborazione del futuro Piano socio-sanitario:

  1. in rapporto alla popolazione anziana, è la peggior Regione nel rapporto fra posti letto accreditati e posti letto coperti da quota sanitaria convenzionata (media Italia 82,13% – media Piemonte 48,19%);
  2. la classificazione assistenziale delle persone inserite in regime di convenzione non corrisponde alla griglia ministeriale che prevede tre livelli assistenziali, mentre l’attuale sistema piemontese ne prevede ben sei, unico caso italiano.

Il modello organizzativo delle RSA è obsoleto: serve una riforma strutturale

Terza ed ultima considerazione, l’impianto organizzativo delle RSA risale al famoso DPR del 1987, che lanciò il piano nazionale di costruzione della RSA con finanziamento pubblico (Craxi-Donat Cattin per fare nomi e cognomi), e prevede un minutaggio a posto letto per garantire un’assistenza dignitosa ai nostri anziani: dopo quasi 40 anni, questo modello è obsoleto, perché il fabbisogno assistenziale e sanitario degli ospiti è radicalmente cambiato, ed abbiamo a livello europeo il più alto numero di anziani con un indice di comorbilità elevato.

CCNL scaduti e posti letto ridotti: le contraddizioni scaricate sui gestori RSA

Questi tre elementi sono concatenati fra loro, garantendo alla Regione Piemonte di scaricare sul gestore accreditato tutte le contraddizioni del sistema:

  • il mancato aggiornamento delle tariffe al costo della vita non permette di rinnovare i CCNL alla loro scadenza, venendo meno così l’equiparazione salariale fra settore sanitario pubblico e settore sanitario privato;
  • a riduzione dei posti letto convenzionati diminuisce i ricavi di gestione di tutto il sistema residenziale, che per evitare il tracollo economico inserisce anziani a trattativa privata con tariffe inferiori a quelle convenzionate, in quanto le famiglie non sarebbero in grado di sopportare per più mesi un onere economico simile;
  • la classificazione “al ribasso” del fabbisogno assistenziale con sei fasce di riferimento, non fa altro che mascherare il vero fabbisogno assistenziale a scapito degli operatori che devono lavorare con un minutaggio giornaliero disponibile inferiore rispetto al reale carico di prestazioni.

Le proposte concrete per risolvere la crisi delle RSA in Piemonte

A questo punto dell’analisi viene legittima la domanda: che fare?

Paradossalmente la soluzione è semplice: basterebbe aggiornare il piano tariffario ogni anno all’andamento ISTAT, obbligando i gestori accreditati a destinare il 65% dell’aumento tariffario per i rinnovi dei CCNL.

Sul versante del numero delle quote sanitarie, per garantire una crescita del budget annuale coerente con l’aumento del numero degli anziani ultra75enni, sarebbe necessario destinare soltanto il 2% del Fondo Sanitario Regionale (16 milioni all’anno, che corrispondono a circa 1.000 posti letto convenzionati in più rispetto agli attuali).

Per risolvere il problema delle numerose fasce assistenziali che inducono le U.V.G. (unità di valutazione geriatrica ASL) a classificare gli Ospiti in livelli inferiori al reale fabbisogno assistenziale, bisognerebbe adeguarsi alla nomenclatura ministeriale che ne prevede solo tre, compreso, quindi, l’adeguamento dei parametri assistenziali al rialzo.

Troppo spesso la classe politica, e mi riferisco sia a quella piemontese che a quella nazionale, ha perso di vista il problema della non autosufficienza, avendo quasi paura ad affrontarlo, utilizzando la consueta litania della scarsità di risorse economiche per rispondere al concreta domanda: questa premessa limitativa la troviamo anche nel recente PSS approvato dalla Giunta Cirio, quando si parla del settore dell’assistenza residenziale.

Fondi UE per la Long-Term Care: 400 miliardi disponibili e l’Italia non li utilizza

Approccio radicalmente diverso ha avuto l’U.E. sull’argomento dellaLTC (cure di lungo termine)approvando in sede di Consiglio Europeo una raccomandazione datata 8 dicembre 2022, con il chiaro intento di risolvere il sottofinanziamento degli Stati aderenti, individuando delle linee di finanziamento che andassero oltre il PNRR.

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Infatti, per il periodo 2022-2027, sono stati stanziati fondi ad hoc per la LTC per circa 400 miliardi di euro, che ovviamente il nostro Paese non è stato in grado di farsene affidare importi consistenti per due ordini di motivi:

  1. le pubbliche amministrazioni statali e locali non sono nemmeno a conoscenza di questi bandi, malgrado la nostra associazione abbia interagito direttamente con un organismo della Presidenza della Commissione Europea per farsi fare un riepilogo dei fondi esistenti;
  2. le pubbliche amministrazioni statali e locali le poche volte che hanno partecipato lo hanno fatto con le loro ridotte dimensioni istituzionali, per cui in sede di rendicontazione dei requisiti, primo fra tutti il numero di abitanti rappresentato, si finiva sempre in fondo alla classifica, in quanto gli altri Stati U.E. partecipano con enti statali, andando, quindi, a rappresentare la totalità dei cittadini della loro nazione.

La proposta ANASTE: l’INPS come soggetto aggregatore per i bandi europei sulla non autosufficienza

Anche per questo aspetto, Anaste ha proposto una soluzione molto semplice e già realizzabile a costo zero, ovvero per l’Italia dovrebbe partecipare l’INPS per queste ragioni:

  • rappresenta tutti i cittadini italiani;
  • è già erogatore di tutte le prestazioni a favore della disabilità;
  • è già in possesso di tutti i dati sulla disabilità italiana, suddivisi regione per regione;
  • sarebbe in grado di ripartire i fondi assegnati dalla U.E. in sede di bando.

L’appello che facciamo a tutte le forse politiche nazionali e regionali è quello di fare un confronto leale su queste nostre proposte, che sono fattibili e di semplice applicazione: forse talmente tanto da far venire meno l’interesse politico!

A cura di Michele Assandri, Presidente Regione Piemonte Anaste

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